I fenomeni non apparvero nemmeno tanto all’improvviso,
gli inglesi si ubriacavano e non riuscivano nemmeno
a tornare a casa da una serata in un paesino di duemila anime
e ci si meraviglia che vengano accoltellati a roma, succedevano
catastrofi ma tutto era quotidiano come sistemato, accadeva un’ora
e poi ne accadeva un’altra e nessuno pareva curarsi molto delle
cose accadute e sulle metropolitane si tenevano gli occhi bassi,
non si parlava sui treni, le sedute in palestra, la fabbrica, cambiare
il divano cambiare l’enorme cupa calma con qualcosa da bere,
ricominciare, presto o tardi dovrai dimagrire o smettere di fumare
o smettere di bere o smettere di confidarti – ti resta da scrivere
poesie mangiare pesche e dilettarti con la tua perversione favorita
(la mia è la contemplazione di adolescenti in paesaggi urbani)
così damascato così pettinato così ustionato così infinitamente
turbato dai frutti altrui – mastica e digerisci
in attesa di una pasqua di un regalo di compleanno di fermarti
a un semaforo rosso, in macchina, e avvertire una leggera
tachicardia: (sei) deforme, (sei) orribile (sei)
come il tuo stesso interno come se una mano ti si infilasse
nella bocca e ti capovolgesse come un calzino mostrando
l’orrore del tuo interno, voglio solo tranquillizzare i passanti,
non c’è da preoccuparsi, volevo solo dire che ecco
siete orrendi anche dall’esterno.
(Proprio l’altro giorno mi chiedevo cosa succederebbe se
ipoteticamente – dopo una catastrofe nucleare gli alieni
sbarcassero sulla terra e il primo posto che visitassero fosse
Gardaland.
Mi chiedevo cosa penserebbero di noi, delle ruote panoramiche,
del nostro gusto disneyano: su marte nessuno sa giocare a carte.)